Si ragiona su 453 aree militari distribuite su 50.661.657 metri quadrati, 200 possibili progettualità e 52 scenari per il futuro
di giacomina pellizzari
Lo studio
La regione più militarizzata d’Italia era e resta il Friuli Venezia Giulia. Quel fascio di aste nere e color legno distribuito sul plastico bianco raffigurante la nostra terra fa quasi impressione soprattutto quando si scopre che quello stesso groviglio fotografa, dai monti al mare, la mappa delle ex caserme, dei bunker e delle postazioni che contribuirono a scrivere la storia dalla Grande guerra alla Cortina di ferro. È il simbolo del masterplan elaborato dalla Direzione infrastrutture e territorio nel corso della stesura della variante al Piano di governo del territorio (Pgt). Presentato nei giorni scorsi a Udine, il documento evidenzia problematiche vecchi e nuove legate al passaggio dei siti dismessi dal Demanio militare al Demanio civile e quindi alla Regione e ai Comuni e ai loro possibili utilizzi. Certifica la presenza di 619 siti militari, di cui un centinaio non localizzabile e per questo detratto dal totale. Si ragiona quindi sulle 453 aree militari utilizzabili distribuite su 50.661.657 metri quadrati, individuando 200 possibilità progettualità e 52 scenari per il loro futuro.
La mappa
L’architetto Alessandro Santarossa dello studio Corde architetti, l’autore del Piano, ha illustrato la mappatura soffermandosi sui 275 siti utilizzati – 80 dismessi, 195 ancora attivi – e sui 178 non utilizzati, di questi ultimi 156 risultano presenti in 102 comuni, mentre 22 non sono ancora stati dismessi dal Demanio militare. E in virtù dei possibili utilizzi, Santarossa ha richiamato l’attenzione sugli 8.467.497 metri quadrati di superficie non utilizzata proprio all’interno dei 178 siti non utilizzati: 6.618.239 permeabile, 1.849.258 impermeabile, 1.138.659 pavimentata e 710.599 metri quadrati di superficie coperta (38,4%). Il volume edificato raggiunge 4.565. 557 metri cubi. Prevalgono le ex caserme, le polveriere, le avio-superfici e i poligoni di tiro. Il masterplan regionale offre agli amministratori locali e ai tecnici una sorta di carta parlante. I siti militari sono stati inseriti nella planimetria del sistema insediativo per consentire ai tecnici che dovranno progettare il futuro delle aree di valutare come si rapportano con il sistema della mobilità, le zone di confine, i centri storici e le infrastrutture presenti sul territorio.
Gli obiettivi
Sette gli obiettivi previsti. Dalla resilienza si passa alla valorizzazione del territorio, dall’equilibrio tra i centri abitati all’efficientamento del sistema della mobilità, dal bilancio energetico si va verso l’attrattività delle aree produttive e commerciali, all’interno di un ventaglio costituito da 52 scenari. Tali prospettive derivano da mappature e letture multilivello utili a verificare rapidamente la bontà o meno delle sue reali potenzialità. L’ipotesi di riconversione a parco fotovoltaico, a esempio, è stata pensata sulla reale estensione delle superfici pavimentate e con il grado di isolamento del sito. La riconversione dei siti militari costringe, infatti, a ragionare in termini di area vasta al fine di contenere il consumo di suolo e di passaggio, l’espansione dei centri primari, ovvero delle città, per privilegiare l’equilibrio dei centri abitati. «Se fatto in una certa maniera, un parco fotovoltaico può prevedere colonnine di ricarica, infopoint, possono diventare aree di supporto al turismo lento» ha spiegato Santarossa, secondo il quale sarebbe un errore pensare di lasciare soli i Comuni nella gestione dei siti militari anche se «non può essere la Pianificazione a dire ai Comuni cosa fare». La Regione mette a disposizione gli strumenti per favorire ragionamenti su ampia scala. Da qui i consigli del professionista: «Pretendete che le demolizioni e la suddivisione in lotti diventino temi di progetto». Il motivo è presto detto: il materiale derivante dalle demolizioni può essere riutilizzato in alcuni interventi e la realizzazione dell’intervento a lotti consente di superare la mancata disponibilità dell’intero finanziamento. Allo stesso modo Santarossa ha invitato a riflettere sul concetto di «non finito» per evitare di realizzare «un confetto al centro di un disastro. Dobbiamo accettare l’idea che questi luoghi non vanno pensati come fatti e finiti».
Le strategie
Il masterplan indica possibili per ogni obiettivo alcune soluzioni, mettendo a disposizione uno strumento indispensabile per avviare i sopralluoghi preliminari. Questi aspetti sono stati approfonditi anche dai professori Adriano Venudo e Thomas Bisiani, docenti di Architettura all’università di Trieste, nel corso dell’analisi di una serie di casi, tra qui la riqualificazione dell’ex caserma Francescatto a Cividale.
Tra centri storici e periferie
I due studiosi hanno spiegato come un sito dismesso può fungere da cerniera tra centri storici e periferie. Tra le soluzioni possibili non va dimenticata la rinaturalizzazione dei luoghi trasformandoli in prati stabili. Anche in questo caso, però, la soluzione va governata per evitare innesti infestanti. Allo stesso modo, tornando sull’ex caserma di Cividale, gli studiosi hanno ricordato che la riconversione non trascura neppure l’utilizzo degli spazi aperti come parcheggi al servizio del centro storico.
