Le parole usate nello Statuto speciale prefigurano il voto popolare
di Diego D’Amelio
Il disegno di legge regionale per il ripristino delle Province elettive è pronto. L’assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti lo ha presentato nei giorni scorsi ai segretari di partito del centrodestra e oggi lo illustrerà ai consiglieri di maggioranza. I contenuti sono quelli anticipati: la rinascita dei 4 enti con i perimetri territoriali originali e le antiche competenze su edilizia scolastica e viabilità.
Ma l’iter si arricchisce di una variabile imprevista, perché lo Statuto speciale modificato a gennaio stabilisce che gli enti di area vasta siano costituiti «intese le popolazioni interessate». Formula che, secondo alcune interpretazioni, impone di convocare un referendum consultivo regionale. Se ciò dovesse davvero avvenire, il passaggio politico aprirebbe il dibattito finora sopito sull’aumento di stipendi e poltrone, sgradito anche a una buona parte dell’elettorato di centrodestra.
Il disegno di legge
La legge istitutiva in via di stesura segue la modifica dello Statuto approvata dal Parlamento tre mesi fa. La bozza sarà varata nella seduta di giunta di venerdì e calendarizzata per la discussione in Quinta commissione e poi nell’aula del Consiglio regionale. Rinascono le Province abolite nel 2016 dalla giunta Serracchiani, con voto unanime, incluse le forze di centrodestra. E se quel provvedimento rese il Friuli Venezia Giulia un unicum in Italia, la decisione della giunta Fedriga creerà una nuova eccezione, perché nel resto del paese le Province sono rimaste, ma come enti di secondo grado non elettivi, composti con rappresentanti indicati dai Comuni del territorio e senza alcuna indennità di carica.
Il ddl stabilirà inoltre il passaggio delle competenze degli Enti di decentramento su scuole e strade, con in più la possibilità di supplire i municipi su appalti, contratti, espropri e digitalizzazione, di complessa gestione per i piccoli Comuni senza personale. Inizialmente, dunque, le Province saranno la fotocopia della versione precedente, ma la Regione intende cedere ulteriori funzioni con successivi interventi: nel centrodestra se ne ragiona, ma le decisioni sono in alto mare.
Il cavillo
L’attenzione sembra assorbita da una variabile che comincia a far discutere maggioranza e opposizione. Pesano le 4 parole inserite nella modifica dello Statuto, nel punto in cui, accanto a Comuni e Regione, si prevede la possibilità di reintrodurre gli enti di area vasta (ovvero le Province), «intese le popolazioni interessate». La formula prefigura cioè la necessità di raccogliere il parere dei residenti, convocando un referendum consultivo (non vincolante), come accade in caso di fusione fra Comuni. Ma qui le interpretazioni divergono.
Prova ne siano tre pareri che questo giornale ha raccolto tra esperti di diritto costituzionale e amministrativo, dietro l’assicurazione dell’anonimato. Una prima tesi, che è pure quella della Regione, è che le circoscrizioni territoriali provinciali non sono mai venute meno con l’abolizione delle Province, servendo al funzionamento di organismi come Motorizzazioni ed Edr: una reintroduzione delle Province, pur con devoluzione di competenze, non necessita allora di referendum. L’interpretazione opposta è che la reintroduzione, per di più in forma elettiva, renda inevitabile la consultazione popolare, perché a essere toccata è la rappresentanza. La lettura mediana è che il voto si debba tenere qualora alle Province siano affidate competenze di grande rilievo, modificando quelle di Regione e Comuni.
I ricorsi e la politica
Secondo la Regione la consultazione sarebbe dovuta solo qualora le attuali circoscrizioni provinciali venissero modificate, magari con l’introduzione di una (non prevista) quinta Provincia della montagna. L’opposizione punta invece sull’interpretazione restrittiva: oggi in Consiglio regionale il capogruppo del Patto per l’autonomia, Massimo Moretuzzo, presenterà un’interrogazione per chiedere all’assessore Roberti «come intenda adempiere al rispetto del passaggio normativo», che fa riferimento all’intesa delle popolazioni.
La giunta Fedriga è convinta delle sue posizioni e andrà avanti con le norme istitutive, forte del fatto che il governo amico non impugnerà lo Statuto appena modificato dal Parlamento, dopo il percorso di doppia lettura dovuto alle leggi costituzionali. La questione potrebbe però essere portata all’attenzione della Corte costituzionale da un giudice del Tar o di un Tribunale ordinario, in caso di ricorsi depositati da privati cittadini contro un qualsiasi atto amministrativo relativo alle Province.
Quale che sia l’esito finale del giudizio, l’attesa della pronuncia aprirebbe un dibattito politico scomodo. L’introduzione delle Province elettive è infatti una battaglia della Lega, cui Fratelli d’Italia crede poco. Anche alla luce delle centinaia di commenti negativi a senso unico apparsi su Facebook a gennaio, sotto al post con cui Fedriga dava annuncio del ritorno delle Province. Che potrebbero diventare ospiti scomode in un anno come il 2027, quando si voterà per le elezioni politiche e comunali, ma pure per le regionali, qualora il no al terzo mandato convinca il presidente Massimiliano Fedriga a dimettersi e correre per il Parlamento. —
Fonte Il Messaggero Veneto
