Terremoto del 1976. Il Sindaco Sandruvi: perdemmo Raffaele, Laura si salvò

Le scosse del 6 maggio e settembre del 1976 causarono quasi mille morti e più di 2 mila feriti. Oggi Claudio Sandruvi è Sindaco di Montenars, la figlia Laura di Pagnacco

di Viviana Zamarian 
 
Via Morganti, appartamento al terzo piano di una palazzina. Raffaele indossa già il suo pigiama. È a casa con la mamma Marisa e la sorellina Laura che solo tre giorni prima ha compiuto un anno. Il papà, Claudio Sandruvi, oggi Sindaco di Montenars allora Consigliere dell’amministrazione di Ivano Benvenuti, si trova alla sede della Pro loco. C’è l’arrivo di una corsa ciclistica Lignano – Gemona da organizzare. La riunione con una trentina di volontari è in corso. Sandruvi si rende disponibile ad aiutare, per la comunità lui c’è sempre. Poi la terra trema una prima volta il 6 maggio 1976. «Presidente, hai sentito che scossa?» dice. L’Orcolat si è risvegliato. Arriva la seconda. Sandruvi fatica a percorrere il corridoio, si aggrappa a una colonna e scappa fuori. Ha paura. Vuole andare a casa, subito. «Sentivo che era successo qualcosa» ricorda oggi. Lo incontriamo a Gemona, nella sua casa, a una manciata di metri da via Morganti.
 
«L’istinto mi diceva “Corri dalla tua famiglia”». Mette in moto la macchina, ma è impossibile andare avanti. Ci sono calcinacci ovunque e la polvere impedisce il respiro. Ha le gambe ferite e sanguinanti ma corre. «Quando arrivai – racconta – la luna si era fatta vedere e illuminava la via, la polvere si era diradata ma io la mia casa non la vedevo. Non c’era più. Qualcuno mi venne incontro. “Stai qui, stai qui” ma io volevo andare, là sotto c’erano mia moglie e i miei figli». Sente Marisa gridare e il pianto di un bambino. Ma a piangere non è Raffaele, quel grido di disperazione e vita non è di Laura. È del figlio della vicina. Si scava, come si può. Alle 2.15 di notte estraggono Marisa e il piccolo. Accanto a lei, disteso, c’è Raffaele. «L’ho toccato, era già freddo» dice. «Aveva sei anni. Era la prima volta che mi aveva detto “Papà stai a casa stasera”». Silenzio, poi riprende. «Il figlio della vicina si stava soffocando con la polvere, l’ho liberato e ha ripreso a respirare – dice –. Poi ho saputo come era finito lì sotto». Marisa, accanto a lui, interviene: «Dopo la prima scossa io e la vicina ci siamo ritrovate sul pianerottolo. Mi disse “Tienimi un attimo il bambino che chiudo la porta”. Raffaele era abbracciato a me. In quel momento venne giù tutto, come fosse stato di cartapesta. Mi sentivo schiacciare, avevo mio figlio accanto a me e sapevo che se n’era andato per sempre. Anche la mia vicina è morta, io in qualche modo ero riuscita a proteggere il suo bambino. Sotto quella palazzina solo quattro persone su 15 sono sopravvissute, il sisma si è portato via una famiglia con tre bambini che abitava sotto di noi». Li carica in un furgone verso l’ospedale, mentre in via Morganti scende il silenzio. Sandruvi crede di aver perso per sempre anche Laura. A squarciarlo, all’alba del 7 maggio, è il pianto di una bambina. Laura è viva.
 
Ad ascoltarlo sono i vigili del fuoco di Gorizia che stavano passando in quel momento per un sopralluogo. «Fu la mia fortuna – racconta –, altrimenti non ce l’avrei fatta, nessuno mi avrebbe sentita». Fu il padre a dirgli che avevano estratto una bambina: «Mi disse “Hanno salvato Laura” – spiega Sandruvi –, ma io non ci credevo. Ho iniziato a cercare in ogni stanza di ospedale. Dopo tre giorni l’ho trovata al policlinico. All’inizio non mi riconobbe, poi iniziai a chiamarla con il nomignolo che le avevo dato “Tita, Tita, sono il tuo papà” e allora mi strinse forte, non voleva più lasciarmi». Sandruvi la riporta da Marisa in ospedale. «Poi la portammo all’istituto Rizzoli di Bologna. Avevo molto paura, le sue gambe sembravano di legno a causa della paresi. La sottoposero a tre interventi e le salvarono la vita». Sandruvi torna a Gemona. Cerca Raffaele per dirgli addio. «Ho guardato dentro le bare bianche – afferma –, ma non c’era. Mi hanno detto che il suo corpo era stato messo in una bara da adulto, l’ho riconosciuto dal pigiama». Il dolore squarcia il cuore ma Sandruvi decide di rientrare in Comune. È il braccio destro di Benvenuti e deve gestire i soccorsi.
 
«Abbiamo organizzato i campi in ogni borgata – spiega –. Cercavamo di tenere la gente vicina, prima le tende, poi i centri di distribuzione dei generi alimentari». Diventa assessore, è in prima linea nella ripartenza, fra la sua gente. «La disperazione era diffusa – afferma – ma vedere i volontari, l’esercito, gli alpini, la Marina, le forze dell’ordine arrivare in nostro aiuto ci ha dato la forza perché non ci siamo sentiti soli, non ci avevano dimenticati». Laura intanto viene portata a Tarvisio, non poteva stare nelle tende che con la pioggia si riempivano d’acqua. La scossa di settembre li coglie lassù. Sandruvi si precipita a Gemona. Benvenuti gli affida la gestione del trasferimento dei gemonesi nelle località balneari.
 
«Mi chiamavano il proconsole di Benvenuti a Lignano». Organizza l’assegnazione degli appartamenti trovando alloggio a sei mila persone. La ricostruzione, intanto, va avanti nelle tende prima e nelle casette prefabbricate poi. Ci sono i vertici in prefettura, cantieri da sovrintendere, magazzini da organizzare. «Con Giuseppe Zamberletti avevo un bellissimo rapporto – spiega –. Lui voleva che andassi io prenderlo con la mia auto per portarlo a vedere la situazione nei comuni vicini. Gli ripetevo “vedrai che la gente torna, dammi i prefabbricati e te lo dimostrerò” e un giorno mi disse che avevo ragione. Vedere l’affetto che riceveva dalle persone era meraviglioso. Era diventato uno di noi. La sera ci ritrovavamo in una tenda con il suo staff e il sindaco per mangiare e si finiva a barzellette. Si aveva bisogno anche di quei momenti di leggerezza».
 
Ricorda le visite del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e di Amintore Fanfani. Ricorda quello che Bettino Craxi gli disse in occasione del decennale dal sisma. Sandruvi era diventato Sindaco da tre anni, l’anno prima era stato inaugurato il duomo. «La ricostruzione era completata al 90 per cento – afferma –, gli chiesi altri fondi e lui mi risposte “Abbiamo fatto 30, facciamo 31». E poi i Presidenti della Repubblica Sandro Pertini e Francesco Cossiga. «Ripenso a quel percorso di comunità con orgoglio – spiega –. Questo è il significato del modello Friuli, l’unione, le persone al nostro fianco e il connubio con norme che ci davano autonomia». Un impegno, il suo, che prosegue Laura. «Mi ha insegnato i valori dell’onestà, del lavoro, del fare il bene per gli altri». «Sono proprio uguali» dice sorridendo Marisa ricordando il 13 giugno 2022, giorno in cui entrambi vennero eletti Sindaci, Claudio a Montenars e Laura a Pagnacco. 
Fonte Il Messaggero Veneto